| |
elena ferrante - i giorni dell'abbandono
di
simone gatto
Olga ha trentotto anni, da quindici è sposata con Mario,
e da lui ha avuto due figli, Gianni e Ilaria, di dieci e sette anni.
La sua è un’esistenza serena, scandita dai ritmi della vita
domestica, soprattutto da quando, lasciata Napoli, vive a Torino, e ha
deciso di dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. Per questo, ha lasciato
il lavoro, un impiego presso una piccola casa editrice, e sebbene, dieci
anni prima, avesse pure pubblicato "un lungo racconto d’ambiente
napoletano", da tempo ormai non scrive più. È un pomeriggio
d’aprile, di un giorno qualsiasi, uguale a tutti gli altri, quando
il marito le annuncia la propria intenzione di lasciarla.
Il tempo, probabilmente, è il vero protagonista di quest’ultimo
romanzo di Elena Ferrante: gli anni, con il loro succedersi veloce che
segna inesorabile le stagioni della vita, gli attimi, con il loro procedere
lento che dilata lo spazio, la sua percezione, che apre interstizi profondi
di rievocazioni lontanissime e, nel deposito della memoria, rende più
struggente la cognizione dolorosa dei giorni dell’abbandono.
È sul piano formale, soprattutto, che si riscontrano i pregi autentici
del libro: la lingua, vigile e controllata, non cede alla disperazione,
al dolore, all’angoscia e al disorientamento che la percezione dell’assenza
e dell’abbandono provocano nella protagonista, ma registra, in maniera
sorvegliatissima, tutti gli scollamenti e le fratture che l’esperienza
di quella condizione hanno determinato sulla realtà, fino al senso
di vuoto e di dissipazione che sfonda la superficie delle cose:
I sensi erano ottusi, tra i timpani e il mondo, tra i polpastrelli
e le lenzuola forse c’era dell’ovatta, un feltro, un velluto.
Cercai di raccogliere le forze, mi sollevai sui gomiti cautamente per
non lacerare il letto, la stanza, con quel movimento, o lacerarmi io,
come un’etichetta strappata a una bottiglia. (p. 98)
Il sentimento di precarietà che assedia Olga, la sua fragilità,
l’angoscia con la quale si rapporta al reale, sono dati facendo
ricorso a un dettato realistico, a un linguaggio neutro che nomina
le cose, oggettivandole, prima che la trasfigurazione, operata dai sensi
della protagonista, provveda a modificarle, a dilatarle fino a renderle
impalpabili:
Di solito aprivo le porte con gesti naturali, non sentivo l’ansia
dell’inceppo. A volte però […] le mani dimenticavano,
le dita non avevano memoria della presa giusta, della pressione corretta.
(p. 154)
Tutta la parte centrale del romanzo, come in un estenuante ralenti,
è occupata dal racconto di una sola giornata, quella decisiva che
fa da snodo all’intera vicenda, quando la crisi di Olga tocca il
suo apice. Poi, il verificarsi di un nuovo evento doloroso, la
morte del cucciolo domestico, la contemplazione dell’agonia dell’animale,
provvedono a dissipare il limo del dolore originario, preludendo alla
rimozione di quella condizione di labilità, di distonia, che nella
protagonista era venuta a maturare rispetto alla realtà:
Quella prossimità di morte reale, quella ferita sanguinante
della sua sofferenza, di colpo, insperatamente, mi fece vergognare del
mio dolore degli ultimi mesi, di quella giornata sovratono di irrealtà.
Sentii la stanza che tornava in ordine, la casa che saldava insieme
i suoi spazi, la solidità del pavimento, il giorno caldo che
si distendeva su ogni cosa, una colla trasparente.
Come avevo potuto lasciarmi andare a quel modo, disintegrare così
i miei sensi, il senso dello stare in vita. (p. 163)
I momenti decisivi della saldatura degli oggetti, degli spazi, rimandano
a una più intima e sofferta ricomposizione degli affetti, a una,
finalmente serena, riappropriazione dell’identità smarrita.
Nelle pagine conclusive del romanzo, anche il rapporto controverso con
Carrano, il musicista, vicino di casa, cui Olga si era inizialmente avvicinata
spinta da una quasi morbosa curiosità, e a cui era quindi rimasta
legata da un contrastante sentimento di attrazione e repulsione, trova
un esito assolutamente felice. Infatti, mentre nei giorni difficili
dell’abbandono, la protagonista aveva vissuto il sigillarsi del
suo incontro con Carrano nella meccanica fredda di un amplesso meschino
e ridicolo, ora, nel momento della definitiva riacquisizione di se stessa,
ella si ritrova, più serenamente, a valutare la prospettiva di
una nuova vita insieme a lui, a calcolare con fiducia – ma pure
con più smagata consapevolezza – le dinamiche ineffabili
che presiedono alla costruzione di un amore:
Mi abbracciò, mi tenne stretta per un po’ accanto a lui,
senza dire una parola. Stava cercando di comunicarmi in silenzio che
lui sapeva, per un dono misterioso, irrobustire il senso, inventare
un sentimento di pienezza e di gioia. Finsi di credergli e perciò
ci amammo a lungo, nei giorni e nei mesi a venire, quietamente. (p.
211)
Con I giorni dell’abbandono, Elena Ferrante ha scritto,
in tempi in cui l’assillo, il precipitare degli eventi, ci inducono
a privilegiare l’interrogazione sui destini collettivi, un romanzo
intimo, introverso, privatissimo, che ci costringe a riscoprire le ragioni,
il significato, l’importanza autentica del destino individuale.
giugno 2005
Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono
Edizioni E/O, 2002
|
|